Riflessioni e risposte di alcuni docenti sulla rinuncia di S. S. Benedetto XVI e l'elezione del nuovo Papa Francesco


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Alcuni professori dell'Università intervengono rispondendo a sottintese domande che i cristiani e l'opinione pubblica si pongono sulla rinuncia di Sua Santità Benedetto XVI e l'elezione del nuovo Santo Padre Francesco.

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✎ Riflessioni e risposte di alcuni docenti dell'Università



"NON VI LASCERÒ ORFANI"
SER. Mons. Javier Echevarría, Vescovo Prelato dell'Opus Dei e Gran Cancelliere dell'Università

Articolo



COSA PENSA PAPA FRANCESCO
Prof. Giovanni Tridente, Docente di Etica informativa

Articolo tratto da documentazione.info



PER LA CHIESA UN'AGENDA GLOBALE
Rev. Prof. Angel Rodríguez Luño, Decano della Facoltà di Teologia

Intervista concessa ad Avvenire



PUNTO DI VITA: IL PAPA COME "AMMINISTRATORE DELEGATO"
Rev. Prof. Robert Gahl, Docente di Etica

Articolo per BBC News



LA SOLITUDINE DEI CARDINALI
Dott. Joaquín Navarro-Valls, Professore Visitante della Facoltà di Comunicazione

Articolo



LA RELAZIONE DEGLI ULTIMI PAPI CON IL POTERE
Mons. Mariano Fazio, Professore Visitante della Facoltà di Comunicazione

Articolo tratto da La Nación



L'ADDIO DEL PAPA, CAPOLAVORO DI COMUNICAZIONE
Prof. Gianpiero Gamaleri, Professore Visitante della Facoltà di Comunicazione

Quel volo su Roma che ha riassunto in sé due millenni di storia! L’elicottero, bianco come la veste del Papa, ha unito visivamente il luogo dell’apogeo cristiano – la piazza di San Pietro – con il simbolo del martirio dei primi cristiani – il Colosseo – per approdare a Castel Gandolfo, luogo di pace, di riflessione, di preghiera. Nulla di più coerente con la definizione che Benedetto XVI ha dato di se stesso in questo suo nuovo momento di vita: “pellegrino”. Un pellegrinaggio di venti minuti che ha riepilogato tutta la storia della nostra civiltà.
Questa straordinaria avventura umana delle dimissioni del Papa costituisce un eccezionale evento di comunicazione, oltre che di spiritualità. In pochi giorni, dall’11 febbraio ad oggi, il mondo intero, attraverso il tam tam planetario costituito dalla televisione – mezzo maturo ma sempre giovane che investe il 98 per cento della gente, in pratica tutti noi – ha ripreso coscienza della presenza viva della Chiesa. È stata attualizzata un’antica e insieme nuova liturgia che coinvolge chi crede e anche chi non crede attraverso un gesto di rottura esemplare per tutti.
Ciò di cui tutti ci andiamo persuadendo è che prima o poi ci sarebbe stato qualcuno che, prendendo piena coscienza del cambiamento, si sarebbe posto il problema di come servire nel modo migliore il messaggio cristiano, resistendo oppure anche lasciando ad altri quello stesso bastone che aveva accompagnato Pietro fino a Roma. Una Roma che oggi si dilata fino a diventare un pianeta che sta subendo una trasformazione epocale, cui non possiamo rimanere insensibili.
Un effetto evidente di questa decisione è quello di aver riproposto la Chiesa al centro dell’attenzione mondiale. E qui va spesa una parola sulla comunicazione attuata in questa circostanza. La Chiesa è sempre stata maestra di liturgia, cioè di comunicazione simbolica. A chi rileva la sproporzione – innegabile – tra la sontuosità delle cerimonie e l’essenzialità del messaggio cristiano si può ricordare che Cristo stesso pur nella strada della povertà (cavalcava un asinello 'francescano') e del martirio, è stato il più grande maestro di comunicazione, orale (il discorso della montagna), scritta sul terreno (l’episodio dell’adultera), gestuale, simbolica e sostanziale (l’istituzione dell’eucarestia). In questi giorni la Chiesa – come in altri felici momenti della sua storia anche recente, fatta di Papi di eccezionale statura – sta creando una sutura tra la sua organizzazione gerarchica, necessaria a una struttura 'cattolica', cioè fisicamente universale, da una parte, e la semplicità delle origini, dall’altra. Tanto è vero che mai come in questi giorni si è parlato di un rilancio del Concilio Vaticano II, per quanto concerne l’attuazione dei suoi indirizzi, specie in tema di collegialità. La riprova è data dal fatto che in un brevissimo lasso di tempo ci si è resi conto che mai il Papa è stato meno solo di adesso, contornato com’è dall’amore non solo di preti e monache, ma di tutti i fedeli e anche di tanti non credenti.
Un’ultima considerazione in fatto di capacità comunicativa, forse un po’ irriverente ma realistica. Perché il Papa ha scelto di lasciare alle otto di sera dell’ultimo giorno di febbraio? Quell’ora coincide con la diretta di tutti i maggiori telegiornali italiani e di gran parte di quelli europei. E le immagini, sono state di eccezionale intensità, talora anche con inquadrature riprese anche alle spalle del Santo Padre rivolto ai fedeli, curate dal Centro Televisivo Vaticano. Il giorno della settimana, poi, è stato un giovedì, consentendo l’ultima udienza generale del mercoledì, con un abbraccio a una folla sterminata. E ogni giorno, dall’11 febbraio, è stato dedicato a momenti forti, sia di contatto con i fedeli, sia di ritiro in meditazione e preghiera. Possiamo dire veramente: un capolavoro di comunicazione. Un capolavoro destinato a rimanere nella storia dell’umanità. E chissà quante cose ancora si potranno scoprire, nel futuro, di questi momenti che noi suoi contemporanei abbiamo avuto il privilegio di vivere in diretta.

(Estratto dell'articolo pubblicato sul quotidiano L'Indro)



PROBABILMENTE QUALCUNO DOVREBBE CHIEDERE SCUSA A BENEDETTO XVI
Prof. Diego Contreras, Docente di Analisi e Pratica dell'Informazione

Vai alla riflessione pubblicata su www.laiglesiaenlaprensa.com



BENEDETTO XVI: UN DOVERE DI GRATITUDINE
Rev. Prof. Giuseppe Tanzella-Nitti, Docente di Teologia Fondamentale

Vai all'editoriale scritto per il Portale DISF



"ANCHE GIOVANNI PAOLO II E PAOLO VI SI SONO POSTI LA QUESTIONE DELLA RINUNCIA"
Intervista per 'La Razon' al Dott. Joaquín Navarro-Valls, Professore Visitante della Facoltà di Comunicazione

Articolo



7 PAROLE
Rev. Prof. Pablo Blanco (PhD Filosofia, 1997), articolo pubblicato su "El Mundo", 12/02/2013

Dopo sette anni, siamo nelle condizioni di intravedere gli assi portanti intorno ai quali ha girato il pontificato di Benedetto XVI, un pontificato di idee. Ecco, in sette punti, le idee chiave del suo ministero come vescovo di Roma:
1. Amore. La prima Enciclica era intitolata 'Dio è amore' e ci ha spiegato come in un mondo in cui si abusa di questo termine sacro, l'eros ha bisogno di essere purificato per diventare vero amore umano e cristiano, cioè agape. La carità deve anche includere l'affetto, la dolcezza, l'amore umano.
2. Ragione. Il Papa-professore ha parlato in innumerevoli occasioni su questo tema (questo era il tema di Ratisbona, no l'islam). Poi un anno prima della sua elezione come Papa aveva ricordato con Jürgen Habermas che ragione e religione potevano guarire reciprocamente dalle loro rispettive patologie.
3. (Ad)orazione. Riconosce che è il vero motore della Chiesa e della vita cristiana. Di fronte all'attivismo a corto raggio, il Papa tedesco sa aspettare, pregare e pensare. Però soprattutto pregare. La liturgia è uno dei punti centrali della sua teologia e per ella ha professato uno speciale interesse sin dalla sua infanzia.
4. Creazione. Molti hanno parlato delle "radici verdi" dell'ultima enciclica sociale di Benedetto XVI. In essa è riuscito a coniugare la crisi economica e l'etica del mercato con la vita e l'etica sessuale, la bioetica e il rispetto per l'ambiente. Per questo è un’enciclica globale. I suoi riferimenti all'ecologia e all'ambiente emergono continuamente. Per Ratzinger la creazione costituisce un dogma dimenticato.
5. Gesù Cristo al centro. Nonostante i molteplici impegni, non ha rinunciato al suo progetto personale di scrivere su Gesù di Nazaret. Forse perché lo considera come una parte importante dei suoi obblighi: parlare soprattutto di Gesù Cristo. E parlare di Lui come Dio e uomo, come Cristo della fede e Gesù della storia. Non si tratta di un avatar in più della divinità, ma del Figlio di Dio fatto uomo. Solo Lui salva.
6. Chiesa. Di fronte al noto motto "Cristo sì, Chiesa no", il Papa vuole ricordare che la Chiesa è il corpo e la sposa di Cristo. È anche il popolo, la famiglia di Dio. È convinto che la missione della Chiesa consista nell'annunciare Cristo e nel crescere in comunione e coesione nella Chiesa.
7. Bellezza. Ratzinger è sempre stato innamorato della bellezza. Ha affermato che un teologo che non abbia questa sensibilità può essere pericoloso. La bellezza dell'arte cristiana e della vita dei santi è il principale agente di evangelizzazione nell'attualità.



È IL TRAMONTO DEL POSTCONCILIO VISSUTO
Rev. Prof. Miguel De Salis, Docente di Ecclesiologia, intervista concessa ad Alessandro Speciale per "Vatican Insider"

Le dimissioni di papa Benedetto XVI non sono una “sconfitta davanti al mondo” ma un modo per invitare la Chiesa a ricordare che essa è al servizio “della vita cristiana e, in definitiva, di Dio”, e non è soltanto una “struttura” umana. Ne è convinto don Miguel De Salis, docente di ecclesiologia alla Pontificia Università della Santa Croce. In un'intervista a Vatican Insider, il professore e sacerdote invita a non guardare alla rinuncia di papa Ratzinger “con occhi troppo umani”, come un “ridimensionamento” del papato che gli farebbe “perdere molto del suo senso soprannaturale”.
È vero che le dimissioni hanno “colto alla sprovvista” la Chiesa e generato “tristezza”: “Le dimissioni di Benedetto XVI ci fanno sentire orfani”, ammette De Salis, “in alcuni luoghi in cui le notizie sul papa e le sue forze non arrivano con molta frequenza, il suo ritiro è stato letto in modo molto vario e i sentimenti hanno portato molti a letture quantomeno confuse... Ma – aggiunge – bisogna non dimenticare ciò che il papa ha ribadito più volte: la nostra fede è in Dio e non nei papi, nei vescovi, nei teologi o nel predicatore carismatico del momento”.
Allora i Papi sono relativi?
“Direi che i papi non sono autoreferenziali. I papi, come tutti i ministri ordinati, hanno qualcosa della paternità di Dio. e la rendono presente a noi, come dice San Paolo, ma essi non sostituiscono Dio. E Benedetto XVI lo ha mostrato costantemente durante il suo pontificato. Egli vuole che tutte le persone conoscano Dio, non se stesso".
Ci può dare quindi una chiave di lettura dell’azione di Benedetto XVI?
“Più di una chiave di lettura, penso che il pontificato di Benedetto XVI si può sintetizzare in tre personaggi che ne indicano tre priorità”.
Ovvero?
“La prima è santa Ildegarda di Bingen, il secondo è san Giovanni d’Avila e il terzo è il beato John-Henry Newman. I due primi sono stati dichiarati dottori della Chiesa nell’anno scorso e l’ultimo è stato beatificato dal papa in persona, contraddicendo una regola che egli stesso aveva voluto ripristinare all’inizio del suo pontificato”.
In che modo questi santi indicano le priorità del pontificato di papa Ratzinger?
“Santa Ildegarda, che descrisse nelle sue visioni la Chiesa con macchie che ne sfiguravano il suo volto, rappresenta il desiderio di riforma interiore della Chiesa e la conversione di ogni cristiano, molto presenti in questo pontificato. San Giovanni d’Avila rispecchia l’interesse del papa per la formazione sacerdotale, tanto quella dei seminaristi come quella continua dei sacerdoti. Il beato John-Henry Newman, invece, ci indica la sfida della vita cristiana che si deve aprire una strada nel mondo moderno, caratterizzato dal liberalismo”.
E la liturgia?
"In realtà la liturgia è un terreno trasversale che interessa i tre aspetti che ho indicato. Ci sono stati infatti diversi interventi riformatori del Papa sulla liturgia, come quello riguardante le parole della consacrazione. Poi, l’applicazione della riforma della liturgia è realizzata dai ministri, per cui è indispensabile una attenzione alla formazione sacerdotale sul versante celebrativo, morale-giuridico e spirituale. Infine, la fede celebrata è fondamento e radice del vissuto cristiano nella vita moderna; senza di essa ci sarebbe piuttosto una mondanizzazione che un dialogo con il mondo. In questo senso vedo il pontificato di Benedetto XVI, iniziato durante l’Anno dell’Eucaristia e in conclusione nell’Anno della fede: dall’Eucaristia alla vita cristiana vissuta in mezzo al mondo, rispondendo alle sfide della modernità".
Siamo alla fine di un’epoca?
“Credo di sì”.
In che modo?
“In due modi diversi. Il primo è il tramonto del postconcilio vissuto. D’ora in poi il Vaticano II sarà un CVoncilio che si iscrive ogni volta di più nella storia della Chiesa e dei concili. In pratica, sarà più chiara la distinzione tra l’autorità del Vaticano II e la sua storia. I papi che lo hanno vissuto ci lasciano in eredità un grande dono che porterà dei frutti sereni e durevoli. Il secondo è che stiamo vivendo gli atti finali di una Chiesa di matrice culturale prevalentemente europea, mi riferisco alla cultura dell’Europa attuale e non alle sue radici cristiane, che ci porterà su un terreno che non è molto conosciuto, ma in cui Dio è presente – e agisce – da molto tempo”.



RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E OPINIONE PUBBLICA
Prof. Norberto González Gaitano, Docente di Opinione Pubblica

Di fronte alla decisione in coscienza, meditata e sofferta di un uomo - anche se Papa – non c’è altra reazione che quella di manifestare rispetto, profondo rispetto. E in questa reazione l'opinione pubblica mondiale è stata unanime: leaders religiosi, capi di Stato, presidenti di Governo e gente comune. Questa forma di giudizio la si può racchiudere con il classico aforisma "vox populi, vox Dei".
Qualunque altro giudizio, se vuole essere ragionevole, non può che vertere sugli effetti, calcolati o imprevedibili, dell’azione compiuta, e non sulla persona o sull’azione in sé. Pertanto, il giudizio è necessariamente storico, formulato da una prospettiva temporale, e quindi soggetto esso stesso a cambiamenti. Lasciamo questo giudizio agli storici.
Tuttavia, l’opinione pubblica non può attendere il giudizio degli storici per formarsi. E su questo avvenimento in corso si sta effettivamente già formando. In merito a questo tipo di giudizio, ancora più contingente di quello degli storici, mi azzardo a formulare alcune considerazioni dal punto di vista di chi si occupa da diversi anni della ricerca sull’opinione pubblica e la Chiesa.
1. Un’analisi, necessariamente provvisoria, dell’opinione pubblica internazionale così come traspare dai mezzi di comunicazione, è chiaramente molto positiva, anche tra i non cristiani. Già il solo fatto che si presti un’attenzione globale così rilevante – ad eccezione della Cina per ovvie ragioni di censura – alla rinuncia del “capo di una delle religioni” dimostra che, in qualche modo, l’opinione pubblica percepisce la singolarità della Chiesa Cattolica e dell’uomo che la governa, le cui pretese sono diverse dalle altre religioni. Queste pretese, potranno essere accettate o meno, a seconda che si abbia fede oppure no, ma sono comunque percepite come tali. Non si riserva una simile attenzione alla rinuncia di nessun altro leader religioso. Evidentemente, ci sono altri fattori: numero di seguaci, storici, ecc. Ma da soli non spiegano questo interesse.
2. Negli ambienti cattolici, all’interno della Chiesa, insieme ad una esplicita adesione a Benedetto XVI e ad un’accettazione della sua decisione, trovo domande e a volte perplessità. Una decisione come questa, cambia il ruolo del Papa nella Chiesa? Sarà di beneficio o pregiudizievole per il futuro della Chiesa? Condiziona le decisioni dei suoi successori, e in che modo? Queste sono domande che hanno a che fare con l’opinione pubblica nella Chiesa. Su questo piano, quello della formulazione e della formazione dell’opinione pubblica nella Chiesa, avanzo alcuni argomenti:
a) A livello di fede (a livello del dogma, dei contenuti essenziali della fede), l’opinione pubblica non ha un ruolo discorsivo. Si è dentro o fuori della comunione della fede. Il Credo non dice nulla delle dimissioni del Vicario di Cristo. Però l’opinione pubblica si manifesta anche su questo piano come sensus fidelium, che non giudica la decisione del Papa ma che prega. Infatti, si sta manifestando come plebiscito di preghiera per la Chiesa, per il Papa e per il suo successore. Basta navigare in Internet per “ascoltare” questo clamore.
b) A livello pratico, della comunione di vita –la Chiesa non è una comunità democratica, però si che è una comunione – l’eventuale dimissione di un Papa spetta soltanto a lui, ponendosi davanti a Dio e alla sua coscienza. Però lui, come gli altri fedeli, deve dare conto in qualche modo alla comunione dei fedeli (accountability), dato che non è un potere dispotico. E ciò è precisamente quello che ha fatto Benedetto XVI, dando conto della sua scelta direttamente al Concistoro di Cardinali che lo assistono nel suo governo, in rappresentanza di tutta la Chiesa. E così a tutti i fedeli e all’opinione pubblica in generale.
c) Sul piano contingente, regna la libertà, con argomenti, ragionevoli oppure no, con migliore o peggiore fondamento. In questo ambito, le discussioni sono aperte e necessarie. Nel futuro, i Papi e i Cardinali, i canonisti e i teologi,... e in qualche modo tutti i fedeli, dovranno pensare a come governare la Chiesa in maniera chiara e trasparente quando il Papa è impedito, si dimetta o no. L’azione di Benedetto XVI rappresenta una lezione di comunicazione anche in questo ambito: liberare ciò che è contingente con decisioni contingenti. Solo i santi hanno questa libertà di spirito, perché a loro importa il giudizio di Dio, e non quello della storia, come fece Giovanni Paolo II quando decise di continuare fino alla morte.



BENEDETTO XVI, UN PONTIFICATO CONTROCORRENTE
Prof. Diego Contreras, Docente di Analisi e pratica dell'informazione

Benedetto XVI lo aveva annunciato: ma lo avevamo quasi dimenticato (per lo meno io). “Quando un Papa arriva alla consapevolezza che dal punto di vista fisico, mentale e spirituale non è più capace di portare avanti il suo incarico,allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”. Lo disse a Peter Seewald nel libro intervista “Luce del mondo”, pubblicato nel 2010. Mi sembra che cercare altre ragioni per la decisione annunciata dal Papa sia superfluo.
Guidare la Chiesa universale richiede oggi un dispendio di energie molto forte, molto diverso da quello che richiedeva anni fa. Il Papa sta bene di salute e continua ad avere una mente prodigiosa, però ritiene di sentirsi “incapace” di governare.
Penso che questo già si notasse: il Papa si è concentrato sull'essenziale, specialmente nell'insegnamento dottrinale e nell'elezione dei vescovi – ma osserva che dovrebbe fare di più. Si dirà che Giovanni Paolo II stava molto peggio ma non si dimise: in quel caso, tuttavia, il Papa aveva ritenuto che la sua missione fosse quella di testimoniare la sofferenza come successore di Pietro. E così fu percepito. Col senno di poi, non si può negare che Benedetto XVI abbia dovuto remare contro corrente durante i suoi quasi otto anni di pontificato. Questo significa un dispendio di ulteriori energie. È stato lasciato solo in troppe occasioni. Per me il documento più drammatico di tutto il suo pontificato è la lettera che scrisse ai vescovi nel marzo del 2009, a motivo della violenta polemica riguardo la revoca della scomunica dei vescovi lefebvriani.
In ogni caso, Benedetto XVI ha dimostrato che non aveva niente a che fare con le caricature che alcuni (di solito fuori Roma: qui era più facile conoscere l’autentico Ratzinger) gli hanno attribuito. Il fatto stesso di dimettersi conferma che l’ "umile servo nella vigna del Signore", col quale si è presentato dopo la sua elezione, non era una frase fatta, ma la verità.

(Tratto da www.laiglesiaenlaprensa.com)



RICONOSCERE CIÒ CHE È DOVUTO...
Rev. Prof. Jesús Miñambres, Docente di Diritto Patrimoniale Canonico

La notizia della rinuncia del Papa alla Sede provoca al giurista una prima reazione di ringraziamento: poiché è giusto dare a ciascuno ciò che gli spetta, innanzitutto bisogna ringraziare il fedele Joseph Ratzinger per il percorso di vita fin qui fatto e per la sua disponibilità all'azione della grazia, che lo ha portato lontano dalla sua passione per l'insegnamento e la ricerca verso un impegno in ruoli di governo al servizio della Chiesa.
In termini più tecnici, la rinuncia di Benedetto XVI all'ufficio di Romano Pontefice attua una delle possibilità previste nella Chiesa per provocare la vacanza della Sede Apostolica, l'altra è la morte del Papa. Ipotesi "prevista" legalmente (can. 332 § 2 CIC e 44 § 2 CCEO; n. 3 e 77 Universi Dominici Gregis) ma mai avvenuta pratica; ipotesi trattata dagli autori (vi è perfino una voce di P. Majer in un recente Diccionario General de Derecho Canónico, Pamplona 2013) ma mai verificatasi nella prassi. Ipotesi che adesso si avvera e che pone alcuni quesiti giuridici interessanti: come si configura lo statuto giuridico personale di chi "è stato" Romano Pontefice? Analogamente a quello che succede con le altre sedi episcopali, si potrà anche parlare di un vescovo "emerito" di Roma? In termini più fondamentali, cosa spetta a chi "è stato" Romano Pontefice?
Sono quasi sicuro che Benedetto XVI ha meditato su queste questioni e ha consultato degli esperti per procedere con prudenza. Sono altrettanto certo che non sono stati questi gli aspetti più importanti da prendere in considerazione prima di decidere il passo da fare.
Penso che, indipendentemente dalle riflessioni giuridiche che si possano fare, la libertà di spirito e la trasparenza con cui è stata portata a termine la decisione, meritino accoglimento grato da parte dei fedeli nei confronti di chi è ancora per qualche settimana il pastore supremo della Chiesa, e accompagnamento nella preghiera durante questa tappa senza precedenti nella storia cristiana.



COERENZA E UMILTÀ NELLA DECISIONE DI BENEDETTO XVI
Rev. Prof. Philip Goyret, Vicerettore, Docente di Ecclesiologia

Tutti siamo rimasti sorpresi da questo gesto inatteso di Benedetto XVI, e la prima reazione naturale di ogni cattolico deve essere la preghiera intensa e profonda per la sua persona e per la Chiesa.
A ben guardare, però, la decisione del Papa si pone in grande coerenza col suo pensiero e, più particolarmente, con il modo di capire la funzione petrina. Essa, infatti, non si regge secondo i parametri del governo delle nazioni. Quando gli apostoli discutono su chi sarebbe il più grande, Gesù dice loro: “Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26).
Per il capo degli apostoli, e per i suoi successori nel governo della Chiesa, è essenziale la consapevolezza di essere totalmente al servizio del gregge. Quando si percepisce che le condizioni per svolgere questo servizio vengono meno - e ciò può succedere in diversi modi, non solo nell’ambito della salute fisica o mentale -, la decisione di ritirarsi emerge come scelta non solo coerente, ma anche come risultato di un atteggiamento personale segnato dall’umiltà, lontano dall’attaccamento despotico al potere. Così, il “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”, come volle presentarsi al mondo quando il 19 aprile 2005 si affacciò in Piazza San Pietro per salutare la folla ivi congregata, si è mantenuto tale fino alla fine.
Ma l’aspetto essenziale è sempre il servizio, come detto nel Vangelo di Luca. Il modo di servire può essere molto incisivo anche attraverso la sofferenza e la malattia, come fu il caso degli ultimi anni del pontificato precedente. 
Teniamo presente che il governo della Chiesa più efficace fu quello fatto da Gesù dalla croce, in qualche modo continuato da Pietro apostolo, anche lui morto in croce.
Possiamo dire, in definitiva, che la dimissione dalla funzione primaziale è anche un morire alla gloria, e così Benedetto XVI ci lascia un esempio tanto valido quanto quello di Giovanni Paolo II.



UNA SVOLTA STORICA
Rev. Prof. Johannes Grohe, Direttore 'Annuarium Historiae Conciliorum', Docente di Storia della Chiesa

 

Dal punto di vista storico, la rinuncia di Benedetto XVI rappresenta una svolta: sebbene si possano indicare come esempio le rinunce di San Clemente I (97) oppure di S. Ponziano (235), tuttavia si tratta –ugualmente ad altri casi simili durante i primi secoli– di situazioni di persecuzione della Chiesa in cui la dimissione aveva lo scopo di non lasciare la Chiesa senza pastore.
Nemmeno la rinuncia al papato di San Celestino V (1294) può essere seriamente addotta come esempio, giacché il santo eremita dopo pochi mesi si rese conto della propria inadeguatezza e di una dipendenza sempre più soffo­cante della corte napoletana, e con grande umiltà trasse le conseguenze.
Il Papa ieri ha preso la sua decisione con grande coraggio e piena libertà: quando un Papa giunge alla chiara consapevo­lezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi, aveva dichia­rato nel libro-intervista di Peter Seewald 'Luce nel Mondo' del 2010.



LA COSCIENZA DELLA RINUNCIA
Dott. Joaquín Navarro-Valls, Professore Visitante della Facoltà di Comunicazione

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